mercoledì , 13 Novembre 2019

Ritratto di Città, Studio per una rappresentazione radiofonica (1954).

“E’ molto difficile spiegare come succeda e perchè succeda. E’ anche molto difficile sorprenderlo, scoprirlo. Parlo naturalmente di quel minuto, o di quell’ora, o di quel secondo, non importa, in cui a ogni nuovo risveglio di mattino la città si ritrova tutta, improvvisamente e con sorpresa, coperta dal silenzio.”

Con queste parole comincia Ritratto di città, il racconto, lo spettacolo per la radio che intende restituire il riveglio di Milano alle luci dell’alba, dove l’azione, la parte figurativa, si riceve attraverso il testo di Roberto Leydi. Provi chi ascolta a immaginarsi di vederle su uno schermo televisivo, in bianco e nero magari, senza l’inganno dei video qui riportati, tutte queste immagini: vie deserte all’alba, canali, cortili, osterie solitarie di periferia, nebbia, uffici, il mondo degli affari, quello dei piaceri notturni, tutto, come scrive Angelo Paccagnini nel 1972, ‘nella sbuffante e ispida partitura concreto-elettronica di Berio e Maderna diventa chiaro’. Più esattamente dotato di un senso, anche senza il bisogno di richiami onomatopeici, che non mancano: fracasso di tram al mattino, miagolii notturni di gatti sui tetti e così via. Realizzato con mezzi di fortuna negli studi della RAI di Milano, il lavoro appartiene alla preistoria dello Studio di Fonologia che sorse soltanto un anno dopo. Ritratto di città è il ritratto acustico di quella Milano del ’54 che con Parigi e Colonia costituiva il perno più vitale della nuova musica. Utilizzando una sonorizzazione innovativa che fa uso di suoni concreti, elettronici, pianoforte preparato, frammenti di registrazioni discografiche e la voce di Cathy Berberian, Ritratto di città contribuì ad ampliare l’orizzonte sonoro della radio e rappresentò un significativo esempio del passaggio dal mondo del radiodramma al nuovo mondo della musica elettronica. Pur partecipando al Prix Italia del ’55 l’opera verrà presentata solo come brano sperimentale fuori concorso. Lo scopo principale fu quello di dimostrare ai vertici della RAI le possibilità dell’impiego radiofonico dei mezzi tecnologici. Da quel momento s’avvia la storia dello Studio di Fonologia di Milano.

Ritratto di città, testo di Roberto Leydi, commento sonoro di Luciano Berio e Bruno Maderna, le voci di Nando Gazzolo e Ottavio Fanfani, Milano 1954

Roberto Leydi: “Ritratto di città è il primo lavoro di musica concreta ed elettronica (perchè è un lavoro misto in questo senso) che sia stato realizzato a Milano e, credo, in Italia. E’ stato realizzato nell’estate del 1955 ed era destinato a partecipare al Premio Italia. E’ un lavoro di Luciano Berio, di Bruno Maderna e, per la parte del testo, mio. Le ragioni che ci hanno portato a realizzare, a tentare, questo lavoro, che è un lavoro estremamente primitivo, pieno di debolezze, di difetti (direi anche un lavoro estremamente datato a riscoltarlo oggi) [siamo negli anni ’70], sono state ragioni molteplici. Da un lato c’era la spinta verso la sperimentazione musicale dei mezzi elettroacustici, che era nell’aria e nella cultura musicale europea e rigirava in Italia sulla spinta di ciò che in altri paesi – sopratutto in Francia, prima, e in Germania, poi – si era già fatto e si stava facendo. Dall’altro c’era anche un’altra ragione, un’altra esigenza: quella di sperimentare uno stile di rappresentazione radiofonica che uscisse dagli schemi narrativi-evocativi tradizionali, ormai, della radio, che noi pensavamo fossero consunti. Infatti, il sottotitolo di Ritratto di città è proprio ‘[Studio di] rappresentazione radiofonica’ e in tutto il lavoro mi sembra ci sia questa preoccupazione rappresentativa, che non è una preoccupazione descrittiva, ma è una preoccupazione di creare concretamente, direi materialmente, solidamente delle situazioni nell’ascoltatore. A livello stilistico questo fatto ha i suoi riflessi: lo si nota nel colore, direi troppo acceso, del testo, del taglio espressionistico di tutto il lavoro, del sapore – direi – esasperato di tutto lo svolgimento di Ritratto di città. Questo lavoro è stato realizzato in condizioni veramente drammatiche: non esisteva lo Studio di Fonologia, che fu formato poi l’anno successivo (anche sotto la spinta di questo lavoro, credo, che pure aveva suscitato perplessità, dubbi e, direi anche, paure per la sua astrazione musicale). Dunque non esistendo lo Studio di Fonologia, questo lavoro fu realizzato in un normale studio radiofonico, che non aveva nessuna di quelle attrezzature per l’elaborazione del suono, la sua modificazione, il suo trattamento e la sua creazione, come oggi noi intendiamo debba essere una studio di fonologia. Era un normale studio radiofonico, che era stato ‘rinforzato’, diciamo così, da qualche apparecchiatura di fortuna che la Rai aveva estratto dai suoi laboratori tecnici e fortunosamente aveva messo in opera. Il lavoro fu fatto in un arco di tempo molto breve, con un’attività continuata, praticamente ventiquattr’ore su ventiquattr’ore, fino al punto di minacciare d’incendio le macchine, che non venivano mai spente per giorni e giorni. Naturalmente, di tutto questo c’è il segno nel lavoro, il quale è tecnicamente imperfetto, come è stilisticamente, diciamo, datato. Ritratto di città è come ho già detto, un lavoro misto di musica concreta e di musica elettronica. Direi che è sopratutto un lavoro di musica concreta. La prima ragione dipende dalle apparecchiature. Con le apparecchiature a disposizione era possibile al massimo modificare dei suoni che fossero già raccolti attraverso un microfono più che creare con ricchezza e con varietà dei suoni. La seconda ragione, invece, è di tipo stilistico: essendo Ritratto di città un documentario radiofonico, anche se di un genere un pò particolare, dedicato a una città precisa ed identificata che è Milano, si era ritenuto giusto di partire da alcuni suoni concreti, reali. La matrice generale dell’intero brano è un suono di campana, che appare all’inizio. Il lavoro, infatti, si apre proprio, dopo una parte soltanto parlata, con un suono di campana, ed è proprio dalla scomposizione di questo suono e dall’utilizzazione dei suoni derivati da questo rintocco di campana che prende vita, se non tutta, buona parte del materiale musicale utilizzato nel lavoro. C’è anche un rumore di tram, che è un rumore realistico: un vero tram che passa, che si ferma e apre le portiere, c’è la campanella del tram, e questo stesso materiale viene poi riutilizzato. In più vi sono dei suoni di tromba, vi sono degli altri rumori presi dalla città, che in alcuni momenti sono riconoscibili. in molti altri, invece, non lo sono più come rumori realistici, ma vengono utilizzati sovrapposti e modificati.
C’è ancora da dire che è abbastanza significativo che questo primo lavoro di musica concreta ed elettronica realizzato in Italia abbia la partecipazione della voce: è la voce di due attori, non la voce di un cantante, o di cantanti, non è una voce musicale, è una voce di due attori che leggono un testo. mi sembra che gran parte della strada che la musica contemporanea italiana ha percorso si caratterizzi nella rivalutazione della voce, e ciò non soltanto nella musica elettronica. Credo quindi che questa scelta di due voci che parlano sia abbastanza indicativa. C’è anche, all’interno del lavoro, un momento in cui si ha un primo trattamento di voce ed è la sequenza cosidetta dell”Ave Maria’, in cui si ha quest’Ave Maria che viene detta in lingue diverse da persone apparentemente diverse, cioè con timbri diversi, mentre in realtà a recitare i frammenti di quest’Ave Maria nelle diverse lingue è sempre la stessa persona ed è Caty Berberian, che allora non era ancora quella cantante famosa e importante che è oggi e che fu utilizzata proprio per dire questi pochi versi dell’Ave Maria, su cui poi si lavorò per modificarne il timbro e il suono e dare un’impressione di molteplicità di voci”.

 

 

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