venerdì , 26 Aprile 2019

Jean Tinguely – Tinguely parla di Tinguely

Sono un artista del movimento. Ho cominciato facendo pittura, ma mi sono arenato, ero in un vicolo cieco. La storia dell’arte e la scuola di belle arti mi avevano bloccato, partivo handicappato in pittura, sono rimasto intrappolato dai quadri, quanto potevo fare con i quadri era di aspettare che fossero esauriti e non riuscivo mai a giungere alla fine. Allora ho deciso di introdurvi il movimento.
Sono partito da elementi costruttivisti, dal vocabolario di Malevitch, pittore suprematista russo, da Kandinskij, da Arp e da qualche altro artista: ho riutilizzato i loro elementi e li ho messi in movimento per giungere ad una ri-creazione, per rifare un quadro infinito, che trovasse di continuo nuove composizioni grazie a movimenti fisici e meccanici collocati dietro l’opera. E così, pian piano, mi sono reso conto che il movimento era una possibilità espressiva in sé e per sé, con cui si potevano ottenere cose plasticamente diverse da quelle fatte in precedenza.
Ho incontrato artisti come Pevsner, Anton Pevsner, vecchissimo, tutto lavorato a maglia, no, lui non era lavorato a maglia ma portava un abito a maglia perché quando saldava aveva sempre un gran freddo, e così indossava maglie fatte all’uncinetto da capo a piedi, era stupendo. Anton Pevsner, uno degli artisti che con Gabo aveva firmato il manifesto del costruttivismo russo, mi ha detto quando l’ho conosciuto (è stato in compagnia di Daniel Spoerri) che il movimento non è nulla, che non funziona, che loro le avevano provate tutte senza risultato, allora io me la ridevo perché sentivo che, sotto sotto, ne avevano nostalgia come tutta una generazione d’artisti e che tra loro il solo grande vincitore era Alexander Calder.
Con i suoi mobiles, Calder aveva trovato un mezzo d’espressione diretto e forte. Ha lavorato un quarto di secolo prima di me, ed è riuscito a realizzare un’opera plastica indiscutibile e assolutamente straordinaria, con gioia e con un certo humor. E questo mi ha dato fiducia. Diciamo che la riscoperta d’Alexander Calder, sindacale, Come si diceva allora, mi ha spalancato una porta per la quale potevo entrare. Sono andato avanti in quella direzione e ho scoperto le grandiose possibilità del movimento.
Ed è da tutto ciò che derivano, tra l’altro le mie opere autodistruttrici come Homage to New York, opera effimera, passeggera come una stella filante e soprattutto destinata a non essere recuperata dai musei. No, non doveva essere museificata. Doveva passare, essere sognata, discussa ed è tutto, il giorno dopo non restava più niente. Tutto tornava all’immondezzaio. Possedeva una certa sofisticazione complicata che la destinava ad autodistruggersi, era una macchina suicida. Una bellissima idea, devo dire.
E’ stato nel 1960 a New York. Ho avuto il sostegno di uomini come Richard Huelsenbeck, il dadaista. Sono sempre rimasto in contatto con Dada perché ero stato Dada-Duchamp, Dada-Ernst, Max Ernst, Marcel Duchamp. I dadaisti mi hanno voluto bene, si sono interessati al mio lavoro, e allora ho potuto rendermi conto quanto grande fosse il mio interesse per Dada, perché nel momento in cui avevo abbandonato la pittura astratta geometrica e avevo messo in movimento gli elementi geometrici di quella pittura per spingermi più lontano, ben presto sono stato considerato dadaista. Io stesso avevo molta stima per Dada perchè i dadaisti avevano fatto cose meravigliose, proprio contemporaneamente e parallelamente a Stravinskij durante la guerra, ed era formidabile.
Con Dada condivido anche la diffidenza verso il potere. Non amiamo l’autorità, non amiamo il potere, è una caratteristica dei dadaisti e anche del gruppo Fluxus, e si ritrova ancora nell’atteggiamento degli artisti newyorchesi della seconda generazione. Robert Rauschenberg e Jasper Johns hanno fatto saltare le convenzioni. L’arte è una forma di rivolta manifesta, totale e completa, un atteggiamento politico, senza bisogno di fondare un partito politico. Non è questione di prendere il potere: quando si è contro il potere, non lo si prende. Si è contro tutte le forme di forza che si agglomerano e cristallizzano un’autorità che opprime gli altri. È chiaro, non si tratta di una caratteristica solo della mia opera: è assai più generale, è un atteggiamento politico di base. Allo stesso modo si è automaticamente antinazionalisti, non necessariamente antipatriottici, bensì antinazionalisti, bisogna lottare contro l’agglomerazione delle forze politiche di qualsiasi paese. A mio avviso, le grandi disgrazie sono derivate dall’avvento della nazione francese a seguito delle acrobazie compiute da Richelieu e da Mazarino e poi da Luigi XIV, e poi non la si è più finita. Qualche anno fa avevamo di fronte De Gaulle, ed era ancora Luigi XIV. La Francia era una nazione forte, ha incitato altre nazioni a divenire altrettanto forti, e dopo c’è stato Bismarck in Germania, Garibaldi in Italia. Queste tendenze europee sono opprimenti, e a me danno un gran fastidio.
Forse nell’internazionalismo, nel comportamento, nella scelta degli artisti dadaisti a Zurigo, c’è qualche cosa di meraviglioso che vuole difendersi dagli orrori del nazionalismo, perché questo, diciamolo pure, non ha reso certo un bel servizio. Ha provocato una guerra dietro l’altra, ha avvelenato l’Europa, l’ha rimpicciolita. E alla fine c’è stato Hitler, e dopo Hitler si è fatta intervenire l’Unione Sovietica che ha tagliato l’Europa in due. Il risultato di questi nazionalismi è una piccola Europa oppressa. Bisognerà bene, un giorno o l’altro sarà necessario, ritrovare una vera forza, semplicemente la libertà.
Quella dei piccoli paesi come le varie regioni della Germania di un tempo o dell’Italia. Erano province dove gli individui convivevano in spirito comunitario, con un sentimento della federazione fondato su un’etnia, sulla stessa lingua. Sono, a volte, piccoli popoli, come gli alsaziani raccolti attorno alla cattedrale di Strasburgo o come i baschi. Queste tendenze autonomistiche sono veramente benefiche, benché oggi si sia costretti a fare del terrorismo distruttivo. Ma sarebbe una bella cosa, una bella, grand’avventura, per l’Europa, potersi liberare del nazionalismo.

 

Estratto della registrazione Notre Monde, tavola rotonda organizzata da Jean-Pierre Van Tieghem, Radio Télévision Belge de la communauté française, Bruxelles, 13/12/1982. Pubblicato in: Pontus Hulten, Tinguely – Una magia più forte della morte. 1987

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