domenica , 27 Settembre 2020

Harry Smith Heaven and Earth magic

Harry Smith 1923 – 1991

 
Imperdibile per ogni cinefilo che si dichiara tale, Heaven and Earth Magic di Harry Smith, filmaker, musicologo, pittore e antropologo.
L’opera la raccontò così: “La prima parte descrive il mal di denti dell’eroina, conseguente alla perdita di un’anguria di gran valore, le sue vicende odontoiatriche e il trasferimento in paradiso. Dopodichè il film fa un’elaborata descrizione del suolo celeste e il suo arrivo a Montreal, un riferimento al neurochirurgo Wilder Penfield, la cui epilessia e l’anatomia funzionale del cervello umano (1954) aveva affascinato Smith. Gli effetti psicologici degli interventi chirurgici di Penfield su pazienti coscienti sono chiaramente raffigurati. Penfield era affatto il riferimento dominante, e in effetti una caratteristica fondamentale del film è la resistenza di Smith a rendere tutti i riferimenti stabili, o di priorità qualsiasi elemento o tema all’interno del film – ci sono riferimenti alla Cabala, Daniel Paul Schreber (le scrittore paranoico e allucinato il cui lavoro è stato notoriamente studiato da Freud); il filologo e orientalista Max Muller, la cui foto appare in varie forme nel film; e l’atto di re Edoardo VII all’apertura delle fogne di Londra.”
Le materie prime con cui Smith ha fatto il suo film – scarti dalla vita quotidiana, compresa quella più completa e compendio di tutti i giorni, un catalogo Sears Roebuck (da cui gli americani potevano comprare biancheria intima). L’azione è una serie onirica di immagini associate senza flusso narrativo continuo o logica semplice; gli oggetti sembrano svolazzare, ponendo gli spettatori nella posizione del soggetto allucinato. La struttura del film sembra progettata come una lezione esperienziale nella neurofisiologia della fantasia e della memoria.
Smith girò il film in bianco e nero, ma costruì un proiettore con filtri di colore che potevano cambiare la tinta delle immagini durante una performance. Tutto il film doveva essere proiettato attraverso una serie di mascherature che trasformavano la forma dello schermo.
Smith era un personaggio eclettico, un folle, un artista che ha segnato la storia dell’avanguardia americana del Ventesimo secolo. Fino ad ora si potevano recuperare le sue proiezioni solo all’Antology Film Archives di New York o in qualche sala d’essay sparsa per il mondo. Il suo incredibilmente ampio range di interessi ne ha fatto uno dei più grandi collezionisti della storia: dall’immensa raccolta di aereoplanini di carta regalati al National Air e Space Museum dello Smithsonian Institute, ai tessuti indiani Seminole, alle uova di pasqua Ucraine. Ovviamente non è ricordato solo per la sua compulsione ad accumulare e indicizzare oggetti, forme e suoni. Appassionato di musica jazz, spese gran parte degli anni Cinquanta in compagnia di Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Thelonious Monk; amico di lunga data di alcuni dei maggiori esponenti della Beat Generation, fu d’ispirazione per Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky.
La sua avventura archivistica cominciò all’età di 15 anni quando compilò un dizionario dei suoni dialettali Puget. Divenuto poi un grande conoscitore del linguaggio dei segni Kiowa, sviluppò un complesso sistema di transcrizione e collezionò un ingente numero di oggetti sacri, solo una delle innumerevoli imprese di raccolta museologica della sua vita. Trasferitosi a San Francisco, Smith divenne parte della comunità bohemien di artisti ed intellettuali e fu lì che si costruì la fama di filmaker sperimentale. Spesso ospite del ciclo di proiezioni “Art in Cinema” organizzate da Frank Stauffacher al Museo di Arte Moderna, divenne assiduo frequentatore dei circoli avanguardisti della Bay Area ma ebbe molti interscambi anche con gli sperimentalisti più a sud come Oskar Fischinger e Kenneth Anger.
I suoi film si basano sulle tecniche del collage a passo uno, con interventi manuali molto accurati e complessi che richiedevano anche anni di elaborazione (proprio come in Heaven and Earth Magic). Questo fa di Smith un caso unico nella storia, sebbene molti coevi e predecessori usassero tecniche simili. Le sue pellicole, alla luce anche degli elementi biografici, sono state interpretate come un’investigazione dei processi mentali consci ed inconsci, mentre l’uso di suoni e colori sono riconosciuti come precursori della psychedelia degli anni Sessanta. Spesso Smith parlò dei suoi film anche in termini di sinestesia tra colori, suoni e movimenti. Nel suo lavoro fu ampiamente infleuenzato da Kandinsky, Marc e tutti coloro che fecero parte della collezione del Museo della pittura Non Oggettiva, poi Guggenheim di New York.
Trovatosi in una situazione di indigenza, propose all’etichetta Folkways Records dello Smithsonian la sua straordinaria collezione di musica vernacolare, per cui venne edita un’intera antologia, riconosciuta poi come fonte di ispirazione per il revival folk americano tra gli anni ’50 e gli anni ’60. Una riedizione nel 1997 ha fruttato allo Smithsonian due Grammy. Smith, invece, ne ha ritirato uno nel 1991 per il suo contributo alla musica folk americana.

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